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Antica Cisterna Romana di Opicina

 

 

Le sue origini sono antiche, ma la sua forma attuale risale al 1836. Utilizzata inizialmente come fonte d’acqua per l’abitato, poi come “jazera”, infine poi come sorgente d’acqua per le locomotive. La larga carrareccia, che scende a spirale lungo i versanti della dolina, serviva proprio per il transito dei carri che dovevano prelevare l’acqua per le locomotive della vicina stazione ferroviaria. Con i suoi 12 metri di diametro, è una delle opere più grandi nel suo genere; e, come tutti gli specchi d’acqua del Carso, è importantissimo dal punto di vista naturalistico, per la varietà di fauna che ospita. Ovviamente, non manca in rete chi parli di usi rituali del luogo, per celebrazioni di improbabili dee lunari, decantando come la luna si rifletta nello specchio d’acqua. ( FONTE:http://www.carsosegreto.it )

Dolina degli Spiriti

Dolina degli spiriti
Dolina degli spiriti

Dante Cannarella ci racconta che negli anni ’50 un “commerciante triestino” acquistò un vasto appezzamento di terreno (quasi un centinaio di ettari), e fece edificare da un contadino del luogo le bizzarre costruzioni.Il commerciante riteneva quel luogo abitato dall’antico popolo dei Druidi, guidati da un saggio re. Gli obelischi eretti lungo la strada erano i suoi guerrieri, trasformati in pietra. Il popolo dei Druidi si era nascosto nelle grotte, in attesa del giorno in cui gli uomini avranno finito di distruggersi a vicenda.Quando il sognatore artefice di tutto ciò morì, la struttura finì in abbandono, e pochi anni dopo fu sfiorata dal cantiere del nuovo autoporto, che la risparmiò per pochi metri.( FONTE:http://www.carsosegreto.it )

 

 

Piazza Unità d’Italia

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Piazza Unità d’Italia è la piazza principale di Trieste. Si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra il Borgo Teresiano e Borgo Giuseppino.
La piazza si apre da un lato sul Golfo di Trieste ed è circondata da numerosi palazzi ed edifici pubblici. Di pianta rettangolare, per superficie è attualmente la più grande piazza d’Europa che si affaccia sul mare. Affacciate sulla piazza si trovano le sedi di diversi enti: il municipio di Trieste, il palazzo della Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia e la prefettura del capoluogo.La piazza ha un’area totale di 12.280 m².

Si chiamava inizialmente piazza San Pietro, dal nome di una chiesetta ivi esistente, poi piazza Grande. Assunse il nome di piazza Unità dopo il 1918, quando la città fu annessa al Regno d’Italia; nel 1955, allorché la città ritornò all’Italia con la dissoluzione del territorio libero di Trieste, prese la denominazione attuale.La piazza è stata rimodellata più volte nel corso dei secoli. L’aspetto attuale le deriva dalla ristrutturazione completa che l’ha interessata nel periodo 2001-2005, quando tutti i palazzi sono stati oggetto di restauro; la pavimentazione in asfalto è stata rimossa e sostituita con blocchi in pietra arenaria simili ai tradizionali “masegni” che anticamente lastricavano la piazza; la fontana dei Quattro Continenti
è stata posizionata davanti all’ingresso principale del Municipio, riportandola nella sua locazione originaria, e sul lato mare è stato installato un sistema di illuminazione con led luminosi blu che intendono ricordare l’antico mandracchio interrato nel corso dei secoli.Prima che nella piazza avessero inizio i lavori di risistemazione, l’allora giunta comunale pensò di sfruttare lo spazio disegnandovi un grande dipinto. Il disegno rappresentava l’Europa e Trieste, inserite in una porta ad arco orientale in cui erano indicati il Sol Levante, la Luna e delle stelle gialle su sfondo blu che richiamavano alla bandiera dell’Europa Unita.La rappresentazione simbolica indicava una figura femminile armata di una lancia a forma di alabarda (simbolo di Trieste) in sella a un toro, mentre si dirigeva verso il mare. Opera dell’artista Bruno Chersicla, il disegno voleva significare
la volontà della città di porsi come protagonista della Comunità Europea. Il dipinto, di oltre novemila metri quadrati, è stato segnalato nel Guinness dei primati.(FONTE:wikipedia.org)

 

Ligosullo

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Ligosullo è un comune italiano di 142 abitanti della provincia di Udine in Friuli-Venezia Giulia.Ligosullo sorge a 949 m s.l.m. in Val Pontaiba, in Carnia, della quale è il comune più piccolo. Oltre al
capoluogo il comune è composto dalla piccola frazione di Murzalis, costituita da una trentina di case.Il comune è stato istituito nel 1839 per distacco dal comune di Paluzza.

In comune di Ligosullo si trova il castello di Valdajer (oggi un albergo-ristorante) costruito da un certo colonnello Kreig, comandante del forte di Osoppo nella guerra tra Austria e Repubblica
Veneta.Craighero, italianizzazione di Kreig, è il cognome di gran lunga più diffuso in paese, dopo Morocutti.A Ligosullo è nato il poeta austriaco Jacob Nicolaus Craigher de Jachelutta
(1797-1855), le cui liriche Franz Schubert (di cui il poeta era amico) diverse volte metterà in musica.

A Ligosullo, accanto alla lingua italiana, la popolazione utilizza il friulano carnico, una variante della lingua friulana. Nel territorio comunale vige la Legge regionale 18 dicembre 2007, n. 29
“Norme per la tutela, valorizzazione e promozione della lingua friulana”, con la quale la Regione Friuli Venezia Giulia stabilì le denominazioni ufficiali in friulano standard e in friulano locale dei
comuni in cui effettivamente si parla il friulano. Non ci sono residenti stranieri nel comune di Ligosullo (Fonte:wikipedia.org)

Laghetti delle Noghere

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I laghetti delle Noghere costituiscono una realtà storico-geomorfologica di particolare interesse entro l’ecosistema della valle delle Noghere: oltre a costituire un luogo spesso dimenticato del territorio muggesano, rappresentano un efficace esempio di naturalizzazione di un’area antropizzata a scopi industriali in un passato recente, per cui si presta ad approfondimenti tanto storico-culturali che naturalistici.

I “laghetti” conservano una certa suggestione paesaggistica, dovuta all’aspetto selvaggio e lussureggiante che rende difficile la percezione dell’origine antropica del sito, che contrasta da un lato con gli insediamenti aziendali e commerciali esistenti, mentre dall’altro lato appare perfettamente integrato nell’ambiente circostante. L’ecosistema fluviale dell’Ospo, che ha origine in territorio sloveno, conserva delle peculiarità naturalistico-ambientali tipiche dell’ ecosistema fluviale, con una valle costituita da sedimenti alluvionali oggi occupati da piccole radure e orti poderali, e le colline circostanti ammantate di boschi che sono giunti a noi pressochè intatti grazie anche alla vicinanza con la linea confinaria, che ne ha impedito la compromissione a scopi insediativi ed abitativi. Dal punto di vista storico-antropologico, la genesi relativamente recente del territorio lo ha preservato nel passato da operazioni di interramento a scopo agricolo. Allo stesso modo anche l’interesse naturalistico è cosa recente: nonostante numerose esperienze passate di interventi di ripristino e salvaguardia dell’area, sia pubbliche che private, l’area dei laghetti delle Noghere non ha ancora conosciuto un intervento strutturato, sistematico e continuativo di valorizzazione e tutela ambientale, se non in forma episodica e circoscritta.

Per questi motivi parlare dei “laghetti” delle Noghere significa ancora riferirsi a qualcosa in larga parte sconosciuto ed inesplorato, ma che conserva tuttavia un patrimonio storico-culturale e naturalistico di indubbio interesse, in ragione della biodiversità e di una tipicità florofaunistica difficilmente riscontrabili in analoghi territori regionali.

Il nome “laghetti” compare virgolettato perché non si tratta di veri e propri laghi: il termine utilizzato, che fra l’altro non esiste nella nomenclatura limnologica, nell’uso comune sta ad indicare una raccolta d’acqua di modeste dimensioni. I laghi si distinguono dagli stagni per alcune differenze legate alla profondità, alla penetrazione della luce e al comportamento termico della massa d’acqua. Nello stagno, a differenza del lago, la luce penetra lungo tutta la sua estensione, essendo poco profondo, e favorisce la colonizzazione delle piante, dando vita a fenomeni di eutrofizzazione e intorbidimento acquatico.

I “laghetti” delle Noghere, quindi, in relazione alla modesta profondità e allo sviluppo della vegetazione sommersa, rientrano nella definizione specifica di “stagni”. Tuttavia la loro origine è dovuta all’opera dell’uomo, e la loro conformazione imita solo vagamente quella naturale di uno stagno, per cui si può facilmente giustificare l’adozione del termine “laghetti” per indicarli.

Geomorfologia:

L’ambiente dove si trovano i laghetti costituisce una particolarità all’interno di un territorio come quello della provincia di Trieste, occupato da una prevalenza di rocce carbonatiche (calcari) che costituiscono il territorio carsico. In relazione alla permeabilità all’acqua e alla composizione chimica delle rocce, il Carso presenta una configurazione geomorfologica estremamente frastagliata e priva di una vera e propria rete idrografica superficiale.

Tuttavia ai margini del territorio calcareo triestino si possono individuare dei lembi di terreni marnoso-arenacei ed alluvionali dove si sono formate alcune zone umide, come accade per l’area dei laghetti delle Noghere.

L’aspetto geologico dell’area è dato dalla presenza di flysch, cioè da una composizione di sedimenti marini depositati in epoca preistorica, che nel territorio è rappresentato dalle arenarie (rocce compatte che per ossidazione presentano un colore ocra-rossastro, e sgretolate assumono una consistenza sabbiosa) e dalle marne (rocce meno compatte, quasi untuose al tatto, che al tocco si suddividono in tanti tasselli).

L’alternanza dei due litotipi non è costante e presenta situazioni diverse. Generalmente il flysch non affiora direttamente in superficie, ma è coperto da uno strato di terreno disciolto che protegge la roccia sottostante dal degrado, ed è definito suolo residuale, cioè quello che rimane dall’alterazione della roccia sottostante. Il colore di questi terreni è generalmente ocra chiaro, che verso la superficie diventa più scuro a causa della presenza di materiale organico (resti vegetali).

All’interno della provincia di Trieste, uno degli esempi più rappresentativi di formazioni geologiche di questo tipo e quindi di zone umide è costituito dalla valle alluvionale percorsa dal rio Ospo. Questo corso d’acqua nasce in territorio sloveno, raccogliendo sia acque di ruscellamento che di origine carsica, e percorre circa 8 km in direzione Nord-Ovest prima di sfociare nella baia di Muggia. La vallata si apre tra colline marnoso-arenacee quali il Monte d’Oro e i rilievi del Bosco Vignano, mentre la piana sottostante è composta da terreni alluvionali di componente prevalentemente argillosa. La porzione pianeggiante prospiciente il mare, detta comunemente valle delle Noghere, costituisce il territorio che maggiormente ha subito profonde trasformazioni antropiche, dovute al diverso utilizzo del territorio, fino ai più recenti insediamenti industriali e poi commerciali e quindi alla configurazione attuale.[/acc_item]

Cenni storici:

Le prime notizie sulla Valle dell’Ospo risalgono all’anno 1.000, e documentano l’impaludamento progressivo del territorio e la costruzione di saline e peschiere sulla foce del fiume. Nel corso del Medioevo la valle costituì un importante nodo di comunicazione e commercio, trovandosi nel punto in cui la strada romana che conduceva in Terra Santa si incrociava con quella che portava alle Foci del Timavo ed in Friuli.

Successivamente il territorio venne a configurarsi zona di confine tra il dominio veneto e quello austriaco, in corrispondenza della linea dello spartiacque del promontorio. In conseguenza alla decadenza di Venezia, cui Muggia era assoggettata, le saline di S. Clemente vennero chiuse con un decreto governativo austriaco, favorendo indirettamente le saline austriache di Zaule.

Dopo l’abbandono delle saline la valle venne occupata da paludi e canneti e vi si diffuse la malaria. Solamente con il Novecento la zona fu interessata da un lento ripopolamento, dapprima con la costruzione della linea ferroviaria Trieste-Parenzo, soppressa dopo pochi anni, e quindi in seguito ad alcuni interventi di carattere industriale che accelerarono il naturale processo di interramento con bonifiche artificiali e discariche.

Nel 1953 il Governo Militare alleato affidò all’EZIT (Ente Zona Industriale di Trieste) l’amministrazione del comprensorio industriale della valle dell’Ospo. L’ente operò numerosi interventi che modificarono il sistema idromorfologico dell’area. La sistemazione industriale richiese lavori di bonifica, arginamento e rettifica di alcuni corsi d’acqua minori, di cui anche alcuni affluenti dell’Ospo, sia per evitarne lo straripamento in particolari condizioni meteorologiche che per esigenze di insediamento industriale.

Nel 1974 chiude definitivamente il complesso industriale delle Fornaci Valdadige, uno dei più importanti complessi industriali della zona, destinato alla produzione di laterizi. Da quel momento viene abbandonata anche la cava di argilla che si trovava sulla sponda sinistra dell’Ospo, sul cui terreno si formarono spontaneamente una serie di laghetti. Questi furono alimentati in parte dalla tracimazione di torrenti vicini, in parte da corsi d’acqua sotterranei precedentemente interrati o deviati, e in parte da apporti meteorici.

Alcuni di questi laghetti, che inizialmente venivano stimati una quindicina, furono interrati per costruire stabilimenti industriali o utilizzati come discariche. I rimanenti, in seguito ad uno spontaneo processo di naturalizzazione, hanno assunto l’aspetto attuale e conservano un elevato interesse naturalistico ed ambientale.

Aspetti florofaunistici:

L’aspetto attuale dei laghetti è il risultato di un processo di naturalizzazione ed adattamento favorito dalla vicinanza di aree come il Bosco Vignano e il Monte d’Oro, che hanno determinato un processo di ricolonizzazione dell’area dal momento in cui è diminuita la presenza antropica.

Dal punto di vista floristico, nella valle risultano difficilmente rintracciabili alcuni esempi di vegetazione spontanea precedente agli interventi umani. Al posto dei boschi troviamo ora una vegetazione tipicamente fluviale e ripariale, come dimostra la presenza del salice bianco e del pioppo delle pianure, che costituiscono la principale componente arborea ed arbustiva dei laghetti.

Una fitta e bassa vegetazione arbustiva colonizza l’area circostante i laghetti, rendendo difficile il passaggio: vi riconosciamo la sanguinella, il prugnolo e il rovo. I canneti costituiscono l’aspetto più evidente e caratteristico delle zone umide, che qui è rappresentato dalla cannuccia d’acqua, così come suscitano molto interesse gli esemplari di vegetazione natante e sommersa, come l’onnipresente “lingua d’acqua”.

La componente faunistica dell’ambiente dei laghetti è diversa a seconda delle stagioni. Durante l’inverno possiamo trovare alcuni uccelli migratori provenienti dall’Europa centrale e settentrionale, come l’alzavola, ed esemplari di trampolieri come la garzetta, e alcuni esemplari di airone di medie dimensioni.

Un momento particolarmente suggestivo e didatticamente significativo per una visita ai laghetti può essere rappresentato dalla primavera. Da aprile si può assistere al risveglio di alcune specie di anfibi che dopo il letargo invernale si portano nell’acqua per compiervi la riproduzione. È possibile osservare il rospo comune ed alcuni esemplari di rane e i loro girini, e la raganella dal caratteristico gracidìo assordante udibile nelle serate più calde.

Alcune ricerche condotte in passato sul laghetto n.60 accertarono la presenza di numerose specie di pesci quali la tinca, l’anguilla, il persico sole e il luccio, che comunque, data la relativa torbidità degli stagni, restano difficilmente osservabili in un’uscita didattica.

Alcuni animali come la nutria e altre specie alloctone, successivamente adattate all’ambiente, provocano un’alterazione dell’equilibrio ecologico in relazione alle conseguenze sulla catena alimentare.

I nuovi predatori introdotti infatti, come la nutria o la testuggine palustre nordamericana, liberati dai proprietari una volta diventati “ingombranti”, possono minacciare la sopravvivenza di alcuni esemplari di insetti ed anfibi autoctoni. (Fonte: http://www.viaggiareslow.it)