Iški Vintgar Gorge

Iski vintgar gorge
Iski vintgar gorge

Iški vintgar e una gola pittoresca che intaglia profondamente l’altopiano di dolomite alla confluenza di due corsi d’acqua, della Zala e dell’Iška, dove si trova una torre rocciosa isolata alta 10 m, chiamato Uomo di roccia. Nella gola con numerose rapide, tonfani ed altri fenomeni, troviamo flora autoctona e numerose specie animali. 

Per la gola si snodano numerosi sentieri podistici tra i quali il sentiero E6. (Fonte: http://www.slovenia.info )


 

 

Val Resia

Italia

 

La Val Resia separa le Alpi Giulie dalle Prealpi Giulie occidentali. È lunga circa 18 km e ha direzione Est-Ovest. La valle è dominata a S-O dalle cime della catena dei Monti Musi (1.869 m) e del Monte Plauris (1.959 m), a E dal gruppo del Monte Canin (2.587 m) e dalle sue propaggini meridionali e occidentali. Nel suo complesso la valle è ampia e ridente, col fondo cosparso di abbondanti morene terrazzate sulle quali sorgono i vari centri abitati, che insieme formano il comune sparso di Resia. Sul fondo della vallata scorre il torrente Resia, che nasce ai piedi del Monte Canine dopo un percorso di circa 20 km si getta nel Fella, di cui costituisce il maggior affluente. Nella valle si parla il resiano, una lingua paleoslava riconosciuta dall’Unesco come Lingua in via di estinzione. La comunità resiana si distingue anche per la particolare musica (zitera) che viene suonata in occasione di feste popolari, matrimoni, sagre e soprattutto delCarnevale. Le “resiane” sono suonate su tempi dispari con strumenti ad arco appositamente modificati e accompagnano danze strettamente codificate in cui i movimenti dei danzatori seguono i cambiamenti di tonalità, ritmo e altezza della musica. Oltre alle musiche da danza, esiste un consistente patrimonio di canzoni popolari. (Fonte: http://it.wikipedia.org)


Laghetti delle Noghere

Italia

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I laghetti delle Noghere costituiscono una realtà storico-geomorfologica di particolare interesse entro l’ecosistema della valle delle Noghere: oltre a costituire un luogo spesso dimenticato del territorio muggesano, rappresentano un efficace esempio di naturalizzazione di un’area antropizzata a scopi industriali in un passato recente, per cui si presta ad approfondimenti tanto storico-culturali che naturalistici.

I “laghetti” conservano una certa suggestione paesaggistica, dovuta all’aspetto selvaggio e lussureggiante che rende difficile la percezione dell’origine antropica del sito, che contrasta da un lato con gli insediamenti aziendali e commerciali esistenti, mentre dall’altro lato appare perfettamente integrato nell’ambiente circostante. L’ecosistema fluviale dell’Ospo, che ha origine in territorio sloveno, conserva delle peculiarità naturalistico-ambientali tipiche dell’ ecosistema fluviale, con una valle costituita da sedimenti alluvionali oggi occupati da piccole radure e orti poderali, e le colline circostanti ammantate di boschi che sono giunti a noi pressochè intatti grazie anche alla vicinanza con la linea confinaria, che ne ha impedito la compromissione a scopi insediativi ed abitativi. Dal punto di vista storico-antropologico, la genesi relativamente recente del territorio lo ha preservato nel passato da operazioni di interramento a scopo agricolo. Allo stesso modo anche l’interesse naturalistico è cosa recente: nonostante numerose esperienze passate di interventi di ripristino e salvaguardia dell’area, sia pubbliche che private, l’area dei laghetti delle Noghere non ha ancora conosciuto un intervento strutturato, sistematico e continuativo di valorizzazione e tutela ambientale, se non in forma episodica e circoscritta.

Per questi motivi parlare dei “laghetti” delle Noghere significa ancora riferirsi a qualcosa in larga parte sconosciuto ed inesplorato, ma che conserva tuttavia un patrimonio storico-culturale e naturalistico di indubbio interesse, in ragione della biodiversità e di una tipicità florofaunistica difficilmente riscontrabili in analoghi territori regionali.

Il nome “laghetti” compare virgolettato perché non si tratta di veri e propri laghi: il termine utilizzato, che fra l’altro non esiste nella nomenclatura limnologica, nell’uso comune sta ad indicare una raccolta d’acqua di modeste dimensioni. I laghi si distinguono dagli stagni per alcune differenze legate alla profondità, alla penetrazione della luce e al comportamento termico della massa d’acqua. Nello stagno, a differenza del lago, la luce penetra lungo tutta la sua estensione, essendo poco profondo, e favorisce la colonizzazione delle piante, dando vita a fenomeni di eutrofizzazione e intorbidimento acquatico.

I “laghetti” delle Noghere, quindi, in relazione alla modesta profondità e allo sviluppo della vegetazione sommersa, rientrano nella definizione specifica di “stagni”. Tuttavia la loro origine è dovuta all’opera dell’uomo, e la loro conformazione imita solo vagamente quella naturale di uno stagno, per cui si può facilmente giustificare l’adozione del termine “laghetti” per indicarli.

Geomorfologia:

L’ambiente dove si trovano i laghetti costituisce una particolarità all’interno di un territorio come quello della provincia di Trieste, occupato da una prevalenza di rocce carbonatiche (calcari) che costituiscono il territorio carsico. In relazione alla permeabilità all’acqua e alla composizione chimica delle rocce, il Carso presenta una configurazione geomorfologica estremamente frastagliata e priva di una vera e propria rete idrografica superficiale.

Tuttavia ai margini del territorio calcareo triestino si possono individuare dei lembi di terreni marnoso-arenacei ed alluvionali dove si sono formate alcune zone umide, come accade per l’area dei laghetti delle Noghere.

L’aspetto geologico dell’area è dato dalla presenza di flysch, cioè da una composizione di sedimenti marini depositati in epoca preistorica, che nel territorio è rappresentato dalle arenarie (rocce compatte che per ossidazione presentano un colore ocra-rossastro, e sgretolate assumono una consistenza sabbiosa) e dalle marne (rocce meno compatte, quasi untuose al tatto, che al tocco si suddividono in tanti tasselli).

L’alternanza dei due litotipi non è costante e presenta situazioni diverse. Generalmente il flysch non affiora direttamente in superficie, ma è coperto da uno strato di terreno disciolto che protegge la roccia sottostante dal degrado, ed è definito suolo residuale, cioè quello che rimane dall’alterazione della roccia sottostante. Il colore di questi terreni è generalmente ocra chiaro, che verso la superficie diventa più scuro a causa della presenza di materiale organico (resti vegetali).

All’interno della provincia di Trieste, uno degli esempi più rappresentativi di formazioni geologiche di questo tipo e quindi di zone umide è costituito dalla valle alluvionale percorsa dal rio Ospo. Questo corso d’acqua nasce in territorio sloveno, raccogliendo sia acque di ruscellamento che di origine carsica, e percorre circa 8 km in direzione Nord-Ovest prima di sfociare nella baia di Muggia. La vallata si apre tra colline marnoso-arenacee quali il Monte d’Oro e i rilievi del Bosco Vignano, mentre la piana sottostante è composta da terreni alluvionali di componente prevalentemente argillosa. La porzione pianeggiante prospiciente il mare, detta comunemente valle delle Noghere, costituisce il territorio che maggiormente ha subito profonde trasformazioni antropiche, dovute al diverso utilizzo del territorio, fino ai più recenti insediamenti industriali e poi commerciali e quindi alla configurazione attuale.[/acc_item]

Cenni storici:

Le prime notizie sulla Valle dell’Ospo risalgono all’anno 1.000, e documentano l’impaludamento progressivo del territorio e la costruzione di saline e peschiere sulla foce del fiume. Nel corso del Medioevo la valle costituì un importante nodo di comunicazione e commercio, trovandosi nel punto in cui la strada romana che conduceva in Terra Santa si incrociava con quella che portava alle Foci del Timavo ed in Friuli.

Successivamente il territorio venne a configurarsi zona di confine tra il dominio veneto e quello austriaco, in corrispondenza della linea dello spartiacque del promontorio. In conseguenza alla decadenza di Venezia, cui Muggia era assoggettata, le saline di S. Clemente vennero chiuse con un decreto governativo austriaco, favorendo indirettamente le saline austriache di Zaule.

Dopo l’abbandono delle saline la valle venne occupata da paludi e canneti e vi si diffuse la malaria. Solamente con il Novecento la zona fu interessata da un lento ripopolamento, dapprima con la costruzione della linea ferroviaria Trieste-Parenzo, soppressa dopo pochi anni, e quindi in seguito ad alcuni interventi di carattere industriale che accelerarono il naturale processo di interramento con bonifiche artificiali e discariche.

Nel 1953 il Governo Militare alleato affidò all’EZIT (Ente Zona Industriale di Trieste) l’amministrazione del comprensorio industriale della valle dell’Ospo. L’ente operò numerosi interventi che modificarono il sistema idromorfologico dell’area. La sistemazione industriale richiese lavori di bonifica, arginamento e rettifica di alcuni corsi d’acqua minori, di cui anche alcuni affluenti dell’Ospo, sia per evitarne lo straripamento in particolari condizioni meteorologiche che per esigenze di insediamento industriale.

Nel 1974 chiude definitivamente il complesso industriale delle Fornaci Valdadige, uno dei più importanti complessi industriali della zona, destinato alla produzione di laterizi. Da quel momento viene abbandonata anche la cava di argilla che si trovava sulla sponda sinistra dell’Ospo, sul cui terreno si formarono spontaneamente una serie di laghetti. Questi furono alimentati in parte dalla tracimazione di torrenti vicini, in parte da corsi d’acqua sotterranei precedentemente interrati o deviati, e in parte da apporti meteorici.

Alcuni di questi laghetti, che inizialmente venivano stimati una quindicina, furono interrati per costruire stabilimenti industriali o utilizzati come discariche. I rimanenti, in seguito ad uno spontaneo processo di naturalizzazione, hanno assunto l’aspetto attuale e conservano un elevato interesse naturalistico ed ambientale.

Aspetti florofaunistici:

L’aspetto attuale dei laghetti è il risultato di un processo di naturalizzazione ed adattamento favorito dalla vicinanza di aree come il Bosco Vignano e il Monte d’Oro, che hanno determinato un processo di ricolonizzazione dell’area dal momento in cui è diminuita la presenza antropica.

Dal punto di vista floristico, nella valle risultano difficilmente rintracciabili alcuni esempi di vegetazione spontanea precedente agli interventi umani. Al posto dei boschi troviamo ora una vegetazione tipicamente fluviale e ripariale, come dimostra la presenza del salice bianco e del pioppo delle pianure, che costituiscono la principale componente arborea ed arbustiva dei laghetti.

Una fitta e bassa vegetazione arbustiva colonizza l’area circostante i laghetti, rendendo difficile il passaggio: vi riconosciamo la sanguinella, il prugnolo e il rovo. I canneti costituiscono l’aspetto più evidente e caratteristico delle zone umide, che qui è rappresentato dalla cannuccia d’acqua, così come suscitano molto interesse gli esemplari di vegetazione natante e sommersa, come l’onnipresente “lingua d’acqua”.

La componente faunistica dell’ambiente dei laghetti è diversa a seconda delle stagioni. Durante l’inverno possiamo trovare alcuni uccelli migratori provenienti dall’Europa centrale e settentrionale, come l’alzavola, ed esemplari di trampolieri come la garzetta, e alcuni esemplari di airone di medie dimensioni.

Un momento particolarmente suggestivo e didatticamente significativo per una visita ai laghetti può essere rappresentato dalla primavera. Da aprile si può assistere al risveglio di alcune specie di anfibi che dopo il letargo invernale si portano nell’acqua per compiervi la riproduzione. È possibile osservare il rospo comune ed alcuni esemplari di rane e i loro girini, e la raganella dal caratteristico gracidìo assordante udibile nelle serate più calde.

Alcune ricerche condotte in passato sul laghetto n.60 accertarono la presenza di numerose specie di pesci quali la tinca, l’anguilla, il persico sole e il luccio, che comunque, data la relativa torbidità degli stagni, restano difficilmente osservabili in un’uscita didattica.

Alcuni animali come la nutria e altre specie alloctone, successivamente adattate all’ambiente, provocano un’alterazione dell’equilibrio ecologico in relazione alle conseguenze sulla catena alimentare.

I nuovi predatori introdotti infatti, come la nutria o la testuggine palustre nordamericana, liberati dai proprietari una volta diventati “ingombranti”, possono minacciare la sopravvivenza di alcuni esemplari di insetti ed anfibi autoctoni. (Fonte: http://www.viaggiareslow.it)


Torre di Ravbar

Slovenia

 

La Torre di Ravbar o Castello piccolo. Dell’imponente castello di una volta è rimasta soltanto una torre rotonda di più piani. Al suo interno c’è il meraviglioso soffitto costolato, nel cortile, invece, si trova il pozzo abbandonato. Il castello servì per la difesa dell’arteria stradale che da sempre collego il litorale adriatico e la conca di Ljubljana. Secondo Valvasor, nel XI secolo i Neuhaus avrebbero rianimato le rovini, costruendo il nuovo castello Kleinhausel o Castello piccolo (Valvasor 1877, 309). D’altra mano, J. Katern da Planina sentì che i fondamenti della torre del Castello piccolo risalgono all’epoca romana e che tra la torre, attraverso la valle, e la strada ci fu stato un muro le cui parti sarebbero state utilizzate per la costruzione di strade. In quest’area avrebbe trovato anche alcune punte di metallo delle lance, oggi conservate dal Museo della Notranjska. (Fonte:http://zelenikras.si)


Il Castello di Socerb

Slovenia


Il castello di Socerb (San Servolo) si annovera tra i più importanti esempi di archi-tettura fortificata del Kraški rob (Ciglione carsico).Fu costruito sul promontorio del ripido ciglione roccioso dove il Carso incontra l’ondulato territorio dei colli savrini. L’ottima posizione strategica dettò già agli Illiri la costruzione di un castelliere, dove nel Medioevo sorse un castello possente e ben fortificato che dominava sull’entroterra triestino e controllava le strade commerciali tra la Carniola e la costa. Il castello di Socerb (San Servolo, S. Serff), detto in sloveno anche Strmec, ha una storia estremamente ricca e travagliata che possiamo ricostruire a partire dall’Alto Medioevo e poi fino al 1780, quando fu colpito da un fulmine che lo danneggiò a tal punto da impedire la vita al suo interno. Vista la sua importante posizione strategica, in passato si batterono per il suo possesso tanto i veneziani quanto i triestini o gli Asburgo. I veneziani ne furono proprietari dal 1463 al 1511, quando il castello rappresentava un caposaldo estremamente importante per la difesa dai Turchi e l’impero austriaco durante la guerra tra Venezia e gli Asburgo dell’inizio del XVI secolo. Nel 1521 ne divenne proprietario il capitano triestino e nobile carniolo Nikolaj Ravbar. Come sede del capitanato feudale con diritti circondariali si estendeva su un territorio piuttosto vasto, comprendendo oltre al villaggio di Socerb e Kastelec anche Črnotiče, Podgorje, Petrinje, Klanec, Ocizla, Beka, Prebenicco (Prebeneg), Vodice e Črni Kal. All’inizio del XVII secolo, ossia durante la Guerra degli Uscocchi (1615-1617), il castello fu proprietà del nobile triestino Benvenuto Petazzi; i conti Petazzi mantennero il capitanato di Socerb fino al 1688, quando lo restituirono all’arciduca di Graz per trasferirsi a Zaule. Già nel 1689 il castello fu visitato, descritto e raffigurato dallo storico Janez Vajkard Valvasor, dopo di lui anche da Don Pietro Rossetti nel 1694, entusiasta della struttura del castello e della posizione sulla cima di uno sperone roccioso. Nella prima metà del XVIII secolo il capitanato di Socerb passò nelle mani dei marchesi de Priè, nel 1768 fu acquistato dai conti Montecuccoli di Modena, che ne mantennero la proprietà anche dopo l’abolizione della servitù della gleba nel 1848. A causa dei danni dovuti all’incendio provocato nel 1780 dal fulmine, all’inizio del XIX secolo iniziò il declino del castello. Le rovine del castello e la vicina grotta furono descritti nel 1823 dal conte Girolamo Agapito e dipinti nel 1842 da August Tischbein. Il castello ormai in rovina fu acquistato solo nel 1907 dal barone triestino Demetrio Economo che lo ristrutturò negli anni 1923/24, limitandosi a sanare il muro di cinta e rimuovendo le altre rovine. Nel periodo della lotta di liberazione nazionale il castello, vista la sua ottima posizione strategica, fu molto importante per le unità partigiane che lo utilizzarono come sede dei servizi segreti e del tribunale popolare, ma anche per l’esercito tedesco che lo conquistò nell’autunno 1944 e lo trasformò in un caposaldo fortificato. Nel Dopoguerra il castello fu ristrutturato e, come luogo tuttora amato dagli escursionisti, con le sue attrattive di carattere naturalistico e culturale ed il ristorante, svolge un ruolo prettamente turistico. (Fonte: http://www.slovenia.info)


Castello Haasberg

Slovenia


Il  Castello Haasberg è stato più di mezzo secolo uno dei castelli più belli oggi in Slovenia, ma ora sono rimasti solo i ruderi. I proprietari più famosi del castello furono i Windischgraetzs che sono stati tra i padroni di casa di buona reputazione.Il proprietario del palazzo importo è il Postumia Haasberg OBC, che gestisce museo Notranjski. “Disposizioni sono attualmente in corso con gli investitori provenienti da Inghilterra e Irlanda interessati al restauro del palazzo. decisioni concrete non sono ancora stati adottati, anche se hanno già visitato il sito “, dice il sindaco di Postumia Jernej Verbič che vede la possibilità di rilanciare l’acquisizione di fondi europei.

Haasberg  era la prima volta nel tardo 13 ° secolo, gestito dalla Kaštelan numerosi e Conti feudali di Gorizia, nel 15° secolo fu di proprietà dei Conti di Celje; dopo la loro estinzione, è passata agli Asburgo. Windischgraetzs furono al Castello la prima volta a metà del 16 secolo. Nei primi 17 secolo, il castello fu acquistato dagli Eggenberg e costruito nuovo, acquistato dal Governatore della provincia di Janez Cobenzl Gasper, ha rielaborato e ampliato in un magnifico palazzo barocco. All’inizio del  19° secolo è stata ereditata da Cronberg, nel 1846 fu acquistato dal principe von Weriand Windis Windischgraetz. In possesso di questa famiglia, il castello è rimasta fino alla fine della seconda guerra mondiale.Haasberg ha avuto anche uno zoo. Molti abitanti, il castello in tutta la sua gloria lo ricorda ancora bene. 82.enne Ivan Hrovatin da Laz dice: “Mi ricordo che quando fu fatto il riscaldamento centralizzato, sono entrato nella stanza che era piena di lampadari, ogni stanza era piena di tappeti e così via”. Ricorda la cappella del castello, una grande cucina e uno zoo. Dice anche che suo marito è andato a scuola con due figli Windischgraetzovima. “Nella scuola pranzavano insieme loro con il pane bianco, gli altri con il nero.Hrovatinova ricorda inoltre che il castello erano molto amichevole con tutti gli uomini, che andavano anche vendere i loro prodotti nel castello. “Quando i nonni festeggiarono le nozze d’oro, il sacerdote inviato al castello,” ricorda l’incidente,  l’orso dal loro zoo aveva reciso al braccio di qualcuno. “Pagato, trattare e mantenere nel castello.”
Bruciato dai partigiani tra le due guerre, il castello appartenne ai proprietari dopo la linea di intervento di confine tra l’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e corse accanto al palazzo. Windischgraetzs palazzo fu bruciato nella primavera del 1944, dai partigiani, del valore materiale più prezioso bruciati, presumibilmente per non diventare un avamposto tedesco. Le persone dicono di sapere che questa era solo un pretesto, e che diede fuoco alle nuove possibilità che essi sono già stati licenziati, al fine di offuscare le tracce. Hrovatinova ricorda che erano fermi lungo la linea ferroviaria quando hanno notato che il castello era in fiamme. “Era una grande città”, ha aggiunto con rammarico. In caso di incendio, bruciato il tetto e il soffitto in legno ai piani superiori, la parte inferiore due piani sono stati lasciati intatti. Purtroppo, il castello, che è stato nazionalizzato dopo la guerra e passò sotto l’amministrazione del Ministero delle Foreste, mai ha seriamente iniziato a rigenerarsi, anche se siarebbe ancora in grado. Nel corso degli anni, il castello era in rovina ancora di più. (Fonte:http://schedetrieste.blogspot.it/)

Il Castello di Prem

Il castello di Prem si erge sopra il villaggio e la strada che gira intorno al colle, e domina l’altura panoramica sopra la valle del fiume Reka (Timavo), la strada nella valle nonché il traffico sul fiume Reka. Il castello è precedente al 1213. Partendo dal cavalier Udo si succedettero molti proprietari ed affittuari, tra cui i Walsee, gli Haller, gli Asburgo e i principi Porcia. L’edificio compatto a tre piani, con la pianta a forma di L, ha il nucleo romanico con un’ala annessa, e un piccolo cortile, protetto da un muro. Il cortile interno in mezzo al quale si trova un piccolo pozzo, è ornato da portici rinascimentali. L’intero complesso è protetto dal muro rinascimentale esterno e da torri cilindriche. Nel cortile maggiore tra il castello e le mura periferiche si trova una grande cisterna d’acqua.Il locale a pianterreno del castello ha una volta a crociera; al piano di sopra si trova la cappella, risalente alla fine del sec. XIV, con modeste maschere su beccatelli che ricordano botteghe parleriane. La sala dei cavalieri al primo piano, ornata da un ballatoio di legno, fu risistemata poco prima dell’ultima guerra, dai proprietari, famiglia Zuccolin di Trieste. Gli insoliti affreschi furono eseguiti su uno sfondo nero.

Al castello ci sono alcune modeste collezioni locali. In buono stato le torri cilindriche esterne restaurate. (Fonte:http://www.slovenia.info/)

Capodistria

Slovenia

Capodistria (in sloveno Koper, in croato Kopar, in tedesco Gafers) è una città della Slovenia di 24.864 abitanti[1], capoluogo del Comune città di Capodistria (53.322 abitanti) e principale porto del Paese; si affaccia sul mare Adriatico. Tra i principali luoghi di interesse di Capodistria si trovano il Palazzo Pretorio del XV secolo, in stile gotico veneziano, la chiesa Carmine Rotunda del XII secolo e la Cattedrale di San Nazario con il suo campanile (55 m) del XIV secolo. Capodistria è sede vescovile con la Diocesi di Capodistria, suffraganea dell’Arcidiocesi di Lubiana. (Fonte:http://it.wikipedia.org/)